I data center stanno distruggendo la Pianura Padana? Facciamo chiarezza
Tra investimenti miliardari e allarmi ambientali, il boom dei centri di calcolo in Lombardia va misurato con i numeri reali di energia, acqua e territorio, non con gli slogan
I data center sono diventati il nuovo simbolo dell’intelligenza artificiale: enormi edifici pieni di server che promettono investimenti, posti di lavoro e infrastrutture per il futuro. Ma insieme agli annunci arrivano anche paure sempre più grandi: consumano troppa energia? Prosciugano l’acqua? Trasformano il territorio?
Questa settimana proviamo a separare i numeri dagli slogan. Vediamo quanto pesa davvero il boom dei data center in Lombardia, cosa raccontano i dati su consumi e impatto ambientale e perché, senza regole chiare, il dibattito rischia di diventare più ideologico che tecnico.
I data center stanno davvero mangiando la Pianura Padana? Tra annunci miliardari, campus hi-tech e chilometri di cavi, la regione, cuore economico d’Italia, si trova al centro di una sfida cruciale che coinvolge energia, acqua, paesaggio e comunità locale.
Dietro alla retorica degli investimenti si nascondono trade-off concreti: contratti energetici, consumo idrico, emissioni dai gruppi di backup e un’impronta territoriale che deve bilanciare costi ambientali con benefici diffusi. Facciamo chiarezza: cosa succede davvero in Lombardia e in che misura il fenomeno influenzerà l’intero Paese.
Il cuore elettrico del Nord
In Italia, anche se non esiste un albo dei centri di calcolo o una rilevazione ufficiale Istat, secondo le stime risultano attivi circa 200 data center, e altre decine sono già annunciate per i prossimi anni. La provincia di Milano concentra da sola la parte più consistente della potenza installata nel Paese, oltre i due terzi del totale nazionale del calcolo per supercomputer e cloud. Le ragioni sono storiche prima ancora che tecniche: connettività di rete (alle porte di Milano c’è il MIX, Milan Internet eXchange, il principale punto di interscambio Internet in Italia e uno dei più importanti d’Europa), prossimità ai mercati finanziari e disponibilità di aree industriali dismesse da riconvertire.
Un data center lavora ventiquattrore su ventiquattro, tutti i giorni dell’anno, senza le pause tipiche di altri impianti produttivi. Buona parte dell’energia assorbita, spesso oltre la metà, serve a raffreddare i server più che a farli lavorare. Nel 2025 le richieste di connessione alla rete elettrica ad alta tensione presentate dal settore hanno superato i 60 gigawatt, una cifra che descrive con molta chiarezza le ambizioni future, pur sapendo che non tutti i progetti arriveranno a compimento.
Dietro ai cantieri si muove una filiera di soggetti molto diversi tra loro. Ci sono i colocator, come Data4, Equinix, Vantage, Digital Realty ed EdgeConneX, che costruiscono l’infrastruttura fisica e la affittano a terzi, e gli hyperscaler, cioè i grandi gruppi del cloud come Amazon Web Services, Google e Microsoft, che spesso realizzano i campus in proprio per i propri servizi. A questi si affiancano le utility energetiche, con Eni e A2A impegnate a offrire forniture dedicate e talvolta a costruire impianti insieme a operatori specializzati come l’emiratina Khazna Data Centers, e gli investitori infrastrutturali, tra cui Cassa Depositi e Prestiti e fondi internazionali come EQT, che vedono nei data center un asset a rendimento stabile.
Il settore è comunque ancora molto frammentato e oltretutto coperto in parte da segreto industriale perché i data center sono assimilati alle infrastrutture critiche. Non sapere esattamente quanti e quali sono, però, non è un’anomalia dei data center: in Italia, la maggior parte dei settori industriali non ha un albo nazionale unico degli impianti. L’ufficialità passa da Istat per i dati economici e dalle VIA/AIA (le Valutazioni di Impatto Ambientale e Autorizzazioni Integrate Ambientali per gli impianti industriali) o atti locali per i singoli stabilimenti.
Acqua, rumore e cantieri
I data center sono a tutti gli effetti impianti industriali. E le tecnologie di raffreddamento dei data center hanno un impatto diretto sul consumo energetico da un lato e sull’ambiente dall’altro. Il raffreddamento evaporativo, tra le tecnologie più diffuse soprattutto negli Usa, può disperdere nell’atmosfera fino all’80% dell’acqua impiegata negli impianti, come abbiamo raccontato in questo approfondimento sui consumi legati all’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale.
In Italia si moltiplicano invece le soluzioni a circuito chiuso o geotermiche, capaci di tagliare i consumi anche di un terzo rispetto ai sistemi tradizionali. I sistemi a espansione diretta, che però utilizzano gas refrigeranti HFC, sono molto impattanti sull’ambiente. In ogni caso la differenza con alcune aree aride degli Stati Uniti, dove i nuovi impianti sorgono spesso in zone già segnate da stress idrico, è comunque netta. Gli Stati Uniti stanno accelerando molto la costruzione di data center e, secondo gli osservatori, prendono molte scorciatoie, costruendo impianti ad alto impatto ambientale. In Italia si costruisce comunque meglio, con norme più stringenti e in aree industriali abbandonate o poco sfruttate che grazie ai nuovi impianti dei data center vengono riqualificate e migliorate.
Restano tuttavia le tensioni locali legate al consumo di suolo (le strutture sono molto grandi e occupano vaste superfici), al rumore dei gruppi elettrogeni di riserva (anche se solitamente i centri urbani sono lontani) e all’impatto paesaggistico dei grandi capannoni. Le procedure di valutazione di impatto ambientale del nostro Paese, quando applicate con rigore, offrono strumenti di mitigazione che altrove (soprattutto negli Usa) mancano del tutto. Il problema ha comunque un certo impatto sociale: sono nati alcuni comitati civici nei comuni della cintura milanese per protestare contro l’impatto ambientale, paesaggistico e il traffico generato dai cantieri. Tuttavia, paradossalmente, i rischi maggiori sono altri: il clustering in Lombardia crea potenziali problemi di saturazione delle reti e dei servizi, e accentua gli squilibri regionali tra le varie parti d’Italia.
Un affare per i comuni, un vuoto per lo Stato
Secondi i rapporti delle associazioni di settore, sono previsti investimenti complessivi nell’ordine di decine di miliardi di euro nei prossimi 3–7 anni; studi e presentazioni citano cifre tra i 21 e i 25 miliardi di euro per il quinquennio e oltre 80 progetti pianificati nel periodo 2026–2028. Queste stime includono progetti annunciati e piani di espansione degli hyperscaler e dei carrier-neutral operator.
Chi ci guadagna a fare un centro di calcolo? Intanto, i comuni. Infatti, per le amministrazioni locali i nuovi insediamenti rappresentano spesso un’opportunità economica e fiscale concreta, tra oneri di urbanizzazione e opere di compensazione che finanziano piste ciclabili, reti energetiche e riqualificazioni urbane.
Diverse aree industriali dismesse, da ex stabilimenti chimici a vecchie fabbriche di componenti per le telecomunicazioni, stanno trovando una seconda vita proprio grazie a questi progetti. C’è un problema di fondo, però: in Italia per lo Stato i centri di calcolo non esistono. Nel senso che manca una normativa nazionale che classifichi con chiarezza i data center, lasciando alla sola Lombardia il compito di aver scritto la prima legge regionale in materia.
Un disegno di legge delega è già stato approvato alla Camera ed è ora all’esame del Senato, con l’obiettivo di introdurre regole certe su permessi e classificazione fiscale. Fino ad allora la crescita del settore continuerà probabilmente a correre più veloce delle norme chiamate a governarla, come avevamo visto qui a proposito della corsa globale ai centri di calcolo per l’AI. La vera scommessa è se la Pianura Padana riuscirà a trasformare un’infrastruttura fin qui invisibile in un beneficio diffuso sul territorio.
Altre cose successe in settimana
Anthropic scopre che Cowork viene usato pochissimo per programmare
Anthropic ha portato Claude Cowork su web e mobile, superando il vincolo del laptop sempre acceso: le sessioni proseguono nel cloud e i task programmati partono anche a computer spento. Il lancio (in beta per gli abbonati Max) arriva insieme a un dato che in pochi avevano previsto. Su 1,2 milioni di sessioni analizzate, oltre il 90% non riguarda lo sviluppo software: la fetta più grossa va a operazioni aziendali e stesura di contenuti. Nel frattempo l’accesso a Claude Fable 5 resta gratuito su tutti i piani a pagamento fino al 12 luglio, prima del passaggio a consumo per token.
Meta si mette in posa davanti allo specchio
Meta ha lanciato Muse Image, il suo primo modello di generazione immagini firmato Meta Superintelligence Labs, disponibile da subito su Meta AI, Instagram Stories e WhatsApp. Il sistema non traduce semplicemente il prompt in pixel: consulta il web, ragiona insieme a Muse Spark e si corregge da solo prima di consegnare il risultato. Nei benchmark interni resta indietro rispetto a GPT Image 2 di OpenAI ma supera Nano Banana 2 di Google nell’editing. In arrivo anche Muse Video, con audio nativo. Attenzione: gli utenti Instagram con account pubblico devono disattivare manualmente l’uso delle proprie foto per generazioni altrui: di default sono incluse.
I telefoni futuri
Il mercato guarda già a settembre, quando Apple presenterà il suo iPhone Ultra, il pieghevole di Cupertino il cui prezzo, secondo Mark Gurman di Bloomberg, dovrebbe essere circa il doppio dell’iPhone 17 Pro Max (quindi attorno ai 2400 dollari senza tasse). Intanto, la concorrenza si prepara. Samsung ha annunciato che il prossimo Galaxy Unpacked si terrà il 22 luglio a Londra. Verrà presentata anche la nuova generazione di dispositivi pieghevoli, progettata per combinare design evoluto e funzionalità basate sull’intelligenza artificiale. Ad agosto invece tocca a Google, che alle 15 del 12 agosto da New York con il suo Made by Google secondo le indiscrezioni dovrebbe presentare i Pixel 11, Pixel 11 Pro, Pixel 11 Pro XL e Pixel 11 Pro Fold con la possibile novità del Pixel Glow, piccola sorpresa di cui si sa pochissimo.
Centottanta chili di pellicola contro il rumore
The Odyssey di Christopher Nolan arriva nelle sale italiane tra una settimana esatta, il 16 luglio. È il primo lungometraggio girato interamente con telecamere IMAX: la produzione ha impiegato sette corpi macchina, due di nuova generazione e cinque più datati, su un totale mondiale di appena ventisei esemplari esistenti. Il nuovo sistema, battezzato Keighley in memoria dello storico tecnico IMAX David Keighley, pesa circa 180 chili ed emette il 30% di rumore in meno rispetto ai modelli precedenti. Le riprese, durate 91 giorni, hanno consumato oltre 610 chilometri di pellicola 70mm. Nolan ha dichiarato che fare il primo film girato completamente in IMAX è un suo “sogno che si realizza”.
Solarpunk: quando il futuro è un cantiere aperto
Va in edicola per tutta l’estate ma anche in libreria in formato Kindle il numero speciale di Urania, storica collana di fantascienza di Mondadori, intitolato Solarpunk. Antologia di autori italiani che raccontano i futuri positivi dell’energia (da qui il nome, che gioca sul cyberpunk degli anni Ottanta, molto più dark invece), il volume è curato da Franco Riccardiello. Undici autori per dieci racconti che parlano di un progresso trasparente, capace di rimettere in equilibrio scienza, tecnologia e pianeta. Il futuro, qui, è un cantiere ancora aperto.


