L'Unione Europea ha veramente preso di mira Apple e gli altri big del tech?
La nuova Siri AI non arriverà su iPhone in Europa perché il Digital Markets Act impone apertura e interoperabilità. Apple dà la colpa alla legge, Bruxelles risponde che la scelta è solo sua
Ogni volta che una legge funziona davvero, le aziende che colpisce smettono di ignorarla e cominciano a raccontarla ai clienti come una minaccia.
Questa settimana facciamo il punto sul Digital Markets Act, sulla nuova Siri AI bloccata in Europa e su cosa significa tutto questo per chi ha un iPhone in tasca
Prima la regola, poi il mercato
Per quindici anni l’Europa ha inseguito le grandi piattaforme tecnologiche con gli strumenti classici dell’antitrust: indagini lunghe, sentenze arrivate a danno fatto, rimedi spesso inapplicabili. Il caso Google Shopping è il manuale di questo metodo: avviato nel 2010, chiuso con multa da 2,4 miliardi di euro nel 2017, confermato dalla Corte di giustizia europea solo nel 2024.
Quattordici anni dopo i fatti, i concorrenti erano già morti. Con il Digital Markets Act (DMA, regolamento UE 2022/1925, applicabile da maggio 2023) Bruxelles ha cambiato metodo: non si puniscono gli abusi dopo che si sono verificati, si stabiliscono obblighi preventivi. È la stessa logica con cui si regolano le reti elettriche o le ferrovie: alcune piattaforme digitali non sono più semplici aziende in concorrenza, ma infrastrutture attraverso cui passa l’economia di molti altri soggetti.
Chi è un gatekeeper
La parola chiave è gatekeeper, custode del cancello. È una definizione semplice e diretta. Scatta per chi fornisce un servizio di piattaforma con almeno 7,5 miliardi di euro di fatturato europeo annuo, oppure 75 miliardi di capitalizzazione, e conta oltre 45 milioni di utenti mensili nell’Unione. A settembre 2023 la Commissione ha designato sei gatekeeper: Alphabet, Amazon, Apple, ByteDance, Meta e Microsoft. La designazione non riguarda l’azienda nel suo complesso ma i singoli servizi: per Apple sono App Store, iOS e Safari; per Alphabet la lista va dalla ricerca ad Android a YouTube.
Sembra un dettaglio tecnico ma ha conseguenze enormi: gli obblighi si applicano servizio per servizio. Cioè Apple è gatekeeper di iOS, stante la diffusione degli iPhone in Europa (e nel mondo) ma non di macOS, che ha estremamente meno utenti.
Tra i divieti figurano il self-preferencing (favorire i propri servizi nei propri risultati) e l’anti-steering (impedire agli sviluppatori di indicare offerte fuori dallo store). Tra gli obblighi: interoperabilità con software di terzi, store alternativi, portabilità dei dati. Le sanzioni arrivano fino al 10 per cento del fatturato globale annuo, con penalità di mora fino al 5 per cento del fatturato giornaliero.
Apple, la Siri bloccata e il gioco delle colpe
Alla WWDC 2026, lunedì scorso, Apple ha presentato Siri AI, una riscrittura completa dell’assistente vocale con nuova app dedicata, Visual Intelligence espansa e strumenti di scrittura integrati. E ha contestualmente annunciato che nulla di tutto questo arriverà su iPhone e iPad in Europa con iOS 27 e iPadOS 27, indicando il DMA come causa. Il portavoce della Commissione Thomas Regnier ha risposto nel giro di poche ore: nessuna disposizione del DMA vieta ad Apple di introdurre nuovi prodotti nell’Unione europea. La questione è un’altra.
Infatti, secondo Bruxelles Apple avrebbe chiesto di essere esentata dagli obblighi di interoperabilità invece di presentare soluzioni conformi. Apple replica che i regolatori hanno rifiutato ogni proposta, incluso un sistema denominato Trusted System Agent, pensato come intermediario per consentire agli assistenti di terze parti di accedere in modo controllato alle funzioni del dispositivo. Le versioni sono incompatibili. L’unica cosa certa è che, per ora non c’è una data per il lancio europeo.
La pressione sui cittadini
Le piattaforme non combattono solo nei tribunali: usano il prodotto come leva, trattenendo o ritardando funzioni nel mercato europeo e attribuendo il disagio alla regolazione. Il messaggio al consumatore è elementare: la legge che dovrebbe proteggerti ti sta togliendo qualcosa. Apple Intelligence era già arrivata in Europa mesi dopo il resto del mondo. Google, dal canto suo, ha definito le modifiche imposte dal DMA il “più grande peggioramento nella storia del prodotto“.
Nei tribunali c’è un nome per questa strategia: si tratta di compliance by degradation, conformarsi formalmente alla legge degradando il servizio fino a renderne visibile il costo regolatorio. La Commissione può rispondere con nuovi procedimenti: un prodotto progettato per disincentivarne l’uso è un argomento più forte, non più debole, nelle mani del regolatore. La parola spetta poi al Tribunale dell’Unione europea.
Due discorsi, una sola posta
Ad aprile 2025 sono arrivate le prime sanzioni nella storia del DMA: 500 milioni di euro ad Apple per le pratiche anti-steering nell’App Store e 200 milioni a Meta per il modello “consenso o pagamento”. È in preparazione quella che potrebbe essere la multa più alta mai comminata: forse diverse centinaia di milioni di euro per Google, per self-preferencing nei risultati di ricerca, con il procedimento esteso anche alle risposte generate dall’intelligenza artificiale integrata nel motore.
È uno scontro tra pari? No, tutt’altro. Ed è normale che sia così. Sono due discorsi che non bisogna confondere: uno riguarda le aziende, i loro modelli di business e le strategie legali; l’altro riguarda le leggi, approvate da parlamenti eletti dai cittadini (anche a livello europeo), vigenti per tutti i cittadini dell’Unione. Quei cittadini sono anche utenti di iPhone, di Google Search e di Instagram, ma sono in primo luogo persone con interesse ad avere mercati aperti, dati portabili, alternative reali. Il punto che non emerge mai negli scontri legali è abbastanza semplice. Il DMA (e le altre normative come quelle per l’intelligenza artificiale) non devono essere “comode” per Apple o per Google. Invece, sono scritte per tutelare i cittadini europei.
Altre cose successe in settimana
Torna Ocarina of Time su Switch 2
Nintendo ha confermato al Direct del 9 giugno il remake di The Legend of Zelda: Ocarina of Time, in esclusiva Switch 2, che uscirà entro la fine del 2026. Il teaser è brevissimo: un arazzo con la storia di un regno sereno, un ragazzo speciale, Link, addormentato. Lo stile visuale è completamente rinnovato, accanto alla voce narrante ci sono le note dell’ocarina. Nessun gameplay o indicazioni di sorta, gli altri dettagli arriveranno più avanti. Il gioco originale uscì nel 1998, quasi trent’anni fa, per Nintendo 64. È stato il primo Zelda in 3D, ha introdotto meccaniche di esplorazione e narrazione che il genere dell’action adventure usa ancora oggi, ed è considerato uno dei titoli più influenti della storia dell’intrattenimento videoludico. Per chi aspettava un motivo concreto per comprarsi la Switch 2, eccolo: l’ha appena trovato.
Mythos a consumo
Anthropic ha appena lanciato Claude Fable 5, primo modello Mythos-class disponibile al pubblico: prestazioni sopra Opus, classificatori di sicurezza che nel 5% dei casi reindirizzano verso Opus 4.8. Gratis nei piani Pro, Max, Team ed Enterprise fino al 22 giugno, poi passa con un meccanismo di crediti a consumo. È lì il punto: con Mythos, Anthropic spinge verso una token economy vera, in cui si paga per quello che si usa. Il modello di abbonamento flat regge sempre meno i picchi delle Frontier AI.
La Cina si emancipa dalla Silicon Valley
Pechino pianifica 295 miliardi di dollari in data center AI nei prossimi cinque anni, con una rete nazionale coordinata da China Mobile e China Telecom. Il dettaglio più importante: almeno l’80% della tecnologia, chip inclusi, dovrà venire da fornitori nazionali, Huawei in testa. Nvidia e AMD fuori. Qui andiamo oltre il concetto di protezionismo. Siamo invece di fronte a un programma di emancipazione tecnologico su scala continentale. Quando quella rete sarà operativa, entro il 2028, la Cina non avrà più bisogno di chiedere nulla all’Occidente per fare girare la propria AI. È il punto di non ritorno?
Prima di dire “mamma” abbiamo imparato a dire “quack”
Valentina De Poli, già direttrice di Topolino, firma con Un’educazione paperopolese (Il Saggiatore) qualcosa di più sottile di un memoir: un’archeologia dell’immaginario condiviso. Novant’anni di albi hanno depositato in noi italiani un lessico comune fatto di onomatopee, neologismi e personaggi che nessuna piattaforma di streaming ha mai replicato. È la mappa cognitiva con cui una dopo l’altra le generazioni hanno imparato a codificare il mondo. Vale la pena tenerla a mente, adesso che si discute di quali narrazioni vogliano costruire con gli LLM.



Finalmente un articolo serio sulla questione. In giro si leggono un sacco di scemenze in proposito