A che punto siamo con il quantum computing?
Da tecnologia di laboratorio a questione geopolitica: il quantum computing sta attraversando una transizione silenziosa ma profonda. Il 2026 sarà l'anno della sua affermazione definitiva?
Nelle ultime settimane sono uscite una serie di notizie che fanno credere che siamo ormai prossimi a una svolta per quanto riguarda una delle tecnologie sulla carta più importanti e potenti al mondo, teoricamente capace di cambiare i mercati, internet, la nostra società. Ma è davvero così?
Questa settimana vi raccontiamo la storia di una rivoluzione che forse non sta ancora per scoppiare. E poi, a dirla tutta, se davvero ci fosse una rivoluzione portata dal computer quantistico, quanto sarebbe veramente dirompente? State per scoprirlo…
Il contatore dei qubit? È lui il grande inganno
Ogni volta che viene annunciata una novità nel settore del quantum computing c’è un dato che viene regolarmente sottolineato: il numero di bit quantistici, cioè qubit, attivati. Ma è davvero rilevante?
Al contrario, forse la grande illusione del settore è stata contare i qubit come si contavano i transistor nei processori classici. Anche perché c’è una grande differenza. Un transistor può essere “rumoroso” ma resta stabile; invece, un qubit vive in una condizione di fragilità estrema, soggetto a ogni vibrazione termica e interferenza elettromagnetica. La vera sfida non è mai stata costruire un qubit: è farne funzionare un milione come se fossero pochi ma perfetti.
Da qui nasce il concetto di qubit logico, che sta diventando il vero metro di misura del settore. Un qubit logico è un’astrazione costruita su molti qubit fisici che lavorano insieme per proteggere l’informazione dagli errori, in modo analogo alla ridondanza nei sistemi di archiviazione distribuita. Il traguardo su cui si misura il progresso reale è portare il costo di questa protezione al di sotto del vantaggio ottenuto: quel momento viene chiamato break-even. Ecco, forse lì qualcosa sta succedendo davvero.
Marzo 2026: qualcosa è cambiato
A marzo Quantinuum ha presentato risultati sperimentali di notevole peso sul proprio processore Helios, un sistema a ioni intrappolati da 98 qubit fisici. Usando un nuovo schema di codifica detto “iceberg codes“, i ricercatori sono riusciti a ottenere 94 qubit logici protetti, con tassi di errore circa dieci volte inferiori a quelli del processore fisico sottostante. Non è ancora un computer universale: è però la prima dimostrazione convincente che la strada della fault tolerance è percorribile su hardware commerciale.
A maggio, poi, è arrivata la notizia industriale più significativa. IBM e il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti hanno siglato una lettera d’intenti per la creazione di Anderon, la prima fonderia dedicata esclusivamente alla produzione di chip quantistici al mondo, con sede ad Albany, nello stato di New York. Il progetto vale due miliardi di dollari complessivi, metà stanziati tramite il CHIPS Act, metà investiti direttamente da IBM: l’obiettivo dichiarato è produrre wafer quantistici non solo per IBM ma per l’intero ecosistema industriale del settore.
La minaccia arriva prima del computer
Paradossalmente, il primo impatto visibile del quantum computing potrebbe non provenire da un nuovo tipo di calcolo. Il punto critico è la crittografia: molti sistemi attuali si basano su algoritmi come RSA, che non si possono “smontare” con un computer classico in tempi inferiori a qualche milione di anni. Invece, un processore quantistico sufficientemente potente potrebbe violare queste difese usando tecniche note da decenni. Il pericolo ha già un nome operativo: “harvest now, decrypt later“, ovvero oggi raccogliere (cioè rubare) i dati cifrati e conservarli in attesa che arrivi la macchina capace di decifrarli un domani.
La difesa quindi deve essere implementata oggi, anche se ancora non c’è lo strumento per forzare le protezioni. Per questo la migrazione verso standard resistenti ai calcoli quantistici, definiti PQC (Post-Quantum Cryptography), è iniziata molto prima che i quantum computer siano realmente pericolosi. Il NIST americano ha già pubblicato i primi standard definitivi, basati su algoritmi basati su problemi matematici considerati resistenti anche agli algoritmi quantistici noti, e governi e grandi aziende stanno avviando audit dei propri archivi digitali. La difesa si costruisce contro una macchina che non esiste ancora.
Geopolitica e infrastruttura
La vicenda di Anderon racconta qualcosa di più ampio. Il quantum computing sta seguendo la stessa traiettoria dei semiconduttori: chi controlla la filiera produttiva controlla una parte strategica del futuro tecnologico. Gli Stati Uniti stanno costruendo una capacità manifatturiera nazionale; l’Europa procede con programmi pubblici e ricerca avanzata, ma con una capacità industriale meno concentrata; invece l’Asia avanza su più fronti simultaneamente.
Il quadro è quello di un settore che sta smettendo di essere solo fisica sperimentale per diventare qualcosa di più simile all’industria aerospaziale: enormemente complesso, enormemente costoso, dipendente da filiere critiche e da competenze rarissime. Il 2026 non verrà ricordato come l’anno del primo computer quantistico utile, ma forse come l’anno in cui il settore ha smesso di essere laboratorio e ha cominciato a diventare infrastruttura. Il computer quantistico probabilmente non sostituirà il PC: diventerà invece il nuovo strato nascosto del calcolo, come il cloud, come i chip specializzati dei supercomputer in rete, come tutto ciò che trasforma il mondo senza mai apparire sul desktop o nella tasca di nessuno.
Altre cose successe in settimana
L’hotel virtuale di Antonio Gaudí a New York
Poco dopo che finalmente è stata completata la Sagrada Familia a Barcellona, la straordinaria cattedrale progettata e in parte costruita dall’architetto spagnolo Antoni Gaudí, grazie all’intelligenza artificiale arriva un altro capolavoro, questa volta virtuale, dell’architetto spagnolo. Pochi sanno infatti che nel 1908 Gaudí disegnò per Lower Manhattan l’Hotel Attraction: nove torri, una centrale più alta, morfologia inconfondibile, vero immaginario gaudipunk, steampunk alla Gaudí. Non fu mai costruito, quasi dimenticato. Adesso, nel centenario della sua morte, l’artista belga Thierry Lechanteur lo riporta in vita con una ricostruzione generata dall’AI, studiando i disegni originali e interpretando materiali e tecniche gaudiane per dare forma a qualcosa che non è mai esistito davvero. Verosimile, probabile, non esatta perché Gaudí non ha terminato i progetti. Ma se l’avesse fatta, l’avrebbe fatta così. Un edificio che ha vissuto solo nell’immaginario, nella cultura pop, in qualche racconto di fantascienza, ora esiste anche come immagine. Sarà presto visitabile anche in 3D?
Il debito tecnico che si nasconde nel prompt
Chi costruisce applicazioni con i modelli linguistici conosce il technical debt. Ora c’è anche il prompt debt: ogni volta che un modello fa qualcosa di sbagliato, si aggiunge un’istruzione al prompt per correggerlo. Col tempo il prompt diventa un documento incomprensibile, pieno di casi limite e avvertimenti in maiuscolo. Alcune analisi sull’uso dei modelli in produzione mostrano che molti sistemi restano legati ai modelli su cui sono stati calibrati: ad esempio il modello più usato in produzione sarebbe ancora GPT-4o, spesso perché i prompt sono stati calibrati su quella versione e cambiarla rompe tutto. La soluzione proposta da Drew Breunig: smettere di scrivere i prompt a mano e usare metriche e valutazioni automatiche per governare il comportamento del sistema.
Meta toglie Ray-Ban dagli occhiali e abbassa il prezzo
Meta lancia la prima linea di smart glasses con marchio proprio: Adventurer e Fury a 299 dollari, 80 in meno rispetto ai Ray-Ban Meta di seconda generazione, più il modello Starfire a 399 dollari firmato con Kylie Jenner. La tecnologia è la stessa: fotocamera, microfoni, altoparlanti e Meta AI integrata. In Italia sono disponibili dal 23 giugno da 309 euro, su Meta.com, Salmoiraghi & Viganò, MediaWorld e Unieuro. La mossa è chiara: togliere il marchio Ray-Ban riduce i costi e apre una fascia di mercato più larga, prima che Apple entri nel settore.
Turni di lavoro in diretta
Dal 23 al 28 giugno AgiBot sta trasmettendo un livestream dalla fabbrica di Longcheer Technology a Nanchang, dove i suoi robot umanoidi G2 lavorano su una linea di produzione di tablet, affiancati da operai in carne e ossa. Lo scopo è dimostrare che i robot umanoidi con più capacità di movimento dei tradizionali bracci meccanici (e in ambienti ibridi) sono arrivati a un livello pari o superiore a quello degli umani. E infatti il tasso di successo dichiarato da AgiBot è superiore al 99%, con 310 unità lavorate all’ora e un ciclo di 19 secondi per pezzo. Dal punto di vista del mercato, AgiBot sfida direttamente Figure AI, azienda statunitense che ha già trasmesso una maratona di lavoro di tre robot, durata 200 ore. La differenza è che però i tre robot di Figure AI lavoravano in un laboratorio aziendale, non in una fabbrica vera. Superiorità cinese?
Arriva la Steam Machine di Valve
Valve ha svelato prezzi e data della nuova Steam Machine: disponibile dal 30 giugno 2026, parte da 1.039 euro in Italia (512 GB), fino a 1.428 euro con 2 TB e Steam Controller. CPU AMD Zen 4 a sei core, GPU RDNA 3 con 28 unità di calcolo, 16 GB di RAM DDR5. Si posiziona come punto d’accesso serio al PC gaming in salotto: non è una console (e non viene venduta in perdita come la PS5 a 450 euro).
Woody e Ulisse: le voci che non muoiono mai
Toy Story 5 ha aperto con 312 milioni di dollari nel mondo, record della franchise, e già si parla del sesto capitolo. Tom Hanks, voce di Woody dal 1995, ha detto che tornerebbe in Toy Story 6 solo per una storia che lo giustifichi davvero. Ma ha aggiunto una cosa un po’ inquietante: ogni parola registrata in trent’anni di Toy Story è conservata su supporto digitale, e Disney potrebbe ricostruire la sua voce anche senza di lui. Tim Allen, la voce di Buzz, condivide la sua preoccupazione. Addirittura, entrambi la definiscono “un pensiero spaventoso”. Nel frattempo ElevenLabs sta già contribuendo a rendere comune il concetto: ha pubblicato un audiolibro di tredici ore in inglese dell’Odissea con la voce clonata di Michael Caine, rilasciata con il suo consenso (Caine ha 93 anni e non se la sentiva di fare un audiolibro così lungo), in coincidenza con l’imminente uscita del film The Odyssey di Christopher Nolan. Il problema non è tecnico. Il vero problema è che nessuno ha ancora capito chi decide chi usa la voce di chi.
Il fumetto che spiega i fili del mondo
Dan Nott, con Sistemi Nascosti, fa una cosa rara: prende l’acqua, l’elettricità e Internet, e li racconta come se fossero delle storie. Non come sistemi astratti, ma come risultato di scelte, conflitti e invenzioni che ancora oggi determinano come viviamo. L’ambientazione è americana, le infrastrutture sono quelle degli Stati Uniti, ma il ragionamento è universale: capire come funziona il mondo tecnologico che ci circonda richiede di guardare sotto la superficie. Un graphic novel di divulgazione che ha il coraggio di rendere comprensibile la complessità delle infrastrutture critiche che ci circondano.


